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  Robinson Crusoe è uno dei libri più belli che siano mai stati scritti. Kant, Marx e Rousseau lo leggevano come Platone leggeva l’Iliade e l’Odissea e ognuno, ancora oggi, può interpretarlo a suo modo perché è una fonte inesauribile di metafore: il viaggio, l’avventura, il naufragio, l’isola deserta, l’incontro con l’altro, la rinascita, il ritorno.

Così, quando Guido Trombetti, rettore dell’Università Federico II, ha suggerito di imitare l’esempio  di Mantova, città che ha adottato un classico di Salgari, “Jolanda la figlia del Corsaro Nero” proponendolo come lettura collettiva, l’idea di rispolverare il personaggio di Daniel Defoe e di metterlo in circolazione oggi a Napoli mi è parsa nient’affatto peregrina. Tra l’altro, avevo appena finito di leggere “Il bibliotecario di Leibniz”, un bel libro di Sergio Givone con un capitolo dedicato  proprio a Robinson Crusoe. <Sia il cavaliere di Cervantes, sia il marinaio di Defoe - scrive Givone - si lasciano tentare dal mondo; ma nel mondo, luogo avventuroso, don Chisciotte perde la sua ragione, salvo ritrovarla al suo ritorno a casa, Robinson, al contrario, nel mondo la ritrova dopo l’irragionevole abbandono della casa paterna>. Robinson, dunque, ricomincia <strappandosi al buio di una sterile e disperata introversione>.

Ed è qui che è scattato il corto circuito su Napoli. Non è questa città seduta da anni sul lettino di Freud? Non è sul punto di essere travolta dal suo stesso parlarsi addosso? Non avvertiamo, tutti noi, nel continuo riproporsi di certe liturgie politiche il rischio <di una sterile e disperata introversione>? Robinson reagisce in modo esemplare. <L’azione, il dominio della realtà naturale, l’asservimento ai propri fini anche di ciò che è ostile - scrive Givone - permettono di  umanizzare il mondo, al punto che nel mondo l’uomo riconosce se stesso>. Umanizzare Napoli ricominciando daccapo, dalla costruzione degli utensili, dalla messa a punto dei progetti, dalla selezione delle priorità: ecco l’analogia possibile.

Ma su quell’isola Robinson incontra anche Venerdì.  E’ l’incontro tra due mondi, due culture, suggerisce il filosofo Fernando Savater: “Da una parte abbiamo un europeo del XVII secolo in possesso delle conoscenze scientifiche più avanzate della sua epoca, educato alla religione cristiana,  che ha studiato i poemi omerici, abituato alla lettura della stampa; dall’altra un selvaggio dei mari del Sud, con un sapere limitato alle tradizioni orali della sua tribù, senza una minima conoscenza delle grandi città dell’epoca”.

Come trattenere, a questo punto, un’altra analogia possibile, quella con l’idea di Vincenzo Cuoco delle due Napoli, la Napoli borghese e quella plebea?
Finché è solo, Robinson affronta questioni tecniche, meccaniche, igieniche, persino scientifiche. Ma quando trova l’impronta di Venerdì sulla sabbia cominciano i problemi etici. Non si tratta più di sopravvivere in mezzo alla natura, ora deve iniziare a vivere in  modo umano, cioè insieme con gli altri uomini o contro di loro. E’ il problema che abbiamo noi oggi: convivere o dare battaglia all’altra Napoli, quella senza regole. Robinson seppe distinguere tra Venerdì e i nuovi pirati, fuggì i secondi e ripose invece fiducia nel primo, nonostante le tante differenze. Fu una mossa vincente.

Nata come una provocazione, l’analogia tra Napoli e l’isola di Robinson  e tra noi e il marinaio di Defoe è stata immediatamente raccolta sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno. Decine di interventi e di interviste hanno suggerito nuove e più originali interpretazioni, tant’è che si è addirittura parlato di “robinsonite”. C’è chi ha ricordato di aver studiato Robinson come un modello di organizzazione aziendale; chi lo ha letto in sovrapposizione a “Cast Away” il film con Tom Hanks; è spuntata fuori una copia di un vecchio film di Buñuel del 1953, custodita nella videoteca comunale e c’è stato anche chi ironicamente ha sottolineato che il vero napoletano del libro di Defoe non è Robinson bensì suo padre, che, come tanti genitori della nostra borghesia, consigliava al figlio discolo di preferire il “posto fisso” alle avventure. Il mio augurio, ora, è che dopo aver letto o riletto questo libro la “robinsonite” possa prendere anche voi, perché non c’è nulla di più esaltante che condividere una metafora.

  MARCO DEMARCO
| Iniziativa legata al Corriere del Mezzogiorno | Credits: D&D Dinamica Digitale |
13/03/2006
Conferenza robinsoniana al Corso per adulti del “Pimentel Fonseca” di Napoli

26/02/2006
In edicola quindicimila copie di Robinson

Corriere del Mezzogiorno