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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Decaro: Celestini e gli altri, eredi della Smorfia - 02/11/2007

Dagli esordi con Massimo Troisi e Lello Arena alla carriera in tv

Può accadere che, in pochi giorni, un cittadino che per professione salva vite umane, venga trasformato dai media in un mostro sbattuto in copertina. Può accadere nella vita reale e accade nella nuova fiction in due puntate di Raiuno «La Terza Verità» in onda domenica e lunedì in prima serata. Protagonista del film Tv un brillante neurochirurgo pediatrico Sergio Giansanti che ha il volto e gli occhi azzurri di Enzo Decaro. «Sergio Giansanti — spiega l’attore napoletano — è un uomodai sani principi, padre e marito affettuoso. Un uomo che ha dedicato la sua vita alla cura di una rara malattia infantile. Ma bastano una serie di coincidenze — enfatizzate inizialmente da una giornalista, Lidia, a caccia di scoop e di fama, poi assalita dai dubbi — per proiettarlo in un grande incubo: per tutti, lui diventa il serial killer, il mostro da odiare, condannare, da sacrificare sul patibolo dell’opinione pubblica. Nessuno di noi è veramente al riparo da questo processo mediatico e questo può spaventare». Questi i temi delicati e quanto mai attuali toccati dalla fiction diretta da Stefano Reali che vede al fianco dell’ex Smorfia Decaro — oggi tra i più amati ed apprezzati attori Tv —Bianca Guaccero (Lidia), Anna Kanakis (che interpreta Claudia la moglie di Sergio), Cosimo Cinieri (il politico Roccella) e Marco Falaguasta (il carabiniere Salimbeni). «La questione è delicata. La stampa è vero ha il potere di amplificare le cose, lo fa anche con noi attori, con i musicisti… finché va tutto bene, tutti ne guadagnano, ma a volte le cose non vanno per il verso giusto. Penso a quello accaduto ad Enzo Tortora. Mettiamo un attimo indietro le lancette del tempo. Circa trent’anni fa apparve sulla scena italiana nazionale un trio di giovanissimi attori, che riscrisse le coordinate della comicità: La Smorfia. «Mesi orsono Rai-Einaudi ha messo in vendita un cofanetto contenente tutti i nostri sketch. Quando mi sono rivisto con Lello e Massimo, così giovani, così pieni di entusiasmo, in me è nato un grande senso di tenerezza per quei ragazzi di periferia che eravamo allora. La cosa che mi rende orgoglioso è il fatto di esser stato parte di un qualcosa di speciale e che La Smorfia è tuttora viva nel panorama culturale e teatrale non solo di Napoli, basta vedere ad esempio le nuove generazioni che in noi hanno trovato un riferimento». Ad esempio? «Il Trio Medusa, Ascanio Celestini… pronipoti di quel nostro modo di far spettacolo». A quale sketch è più legato? San Gennaro? Annunciazione? «Come posso rispondere? Impossibile, come quando a Filumena Maturano chiesero a quale figlio volesse più bene. In ognuno, abbiamo provato a mettere qualcosa di noi stessi». Qual era il vostro segreto? «Eravamo spinti da una grande voglia di fare teatro, di rompere gli schemi di una certa tradizione dove la napoletanità era diventata un modo di fare, di apparire, e non di essere. Non abbiamomai pensato al successo che quando giunse inatteso per noi fu solo un bel premio alla nostra passione».

Carmine Aymone
 
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