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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
«Tradizione e ricerca Così vive il teatro» - 24/10/2007

Carlo Bruni racconta i suoi tre anni al Piccinni

BARI - Per inaugurare questo terzo atto, hanno scelto ancora una prima nazionale. Lo scorso anno fu Ibsen, adattato da Leo Muscato per l’interpretazione di Lunetta Savino, nei panni de L’altra Nora; quest’anno è il Pirandello di Pensaci Giacomino!, passato per le mani della premiata ditta Diablogues, in coproduzione con il Teatro Stabile di Sardegna. Uno spettacolo che rappresenta la sintesi dell’intero cartellone, consapevolmente sospeso fra tradizione e ricerca. «Vetrano e Randisi sono artisti di straordinaria levatura che hanno saputo coniugare il grande rispetto per la tradizione e per quel pubblico che le è affezionato con una potente capacità innovativa», conferma Carlo Bruni, che anche quest’anno firma la stagione di prosa del Comune di Bari, ormai prossima al via - oggi al teatro Piccinni alle ore 21 - proprio con questo vecchio testo, nato come novella nel 1910 e poi trasformato in commedia dallo stesso Pirandello qualche anno dopo. «Della città il sentimento»: il titolo scelto per questo triennio di programmazione del Piccinni sembra dare atto della volontà di recuperare e interpretare gli aneliti di una città rispetto al suo teatro. Che lavoro è stato? «Il mio impegno con il Piccinni è nato con l’avvento della giunta Emiliano e con l’incarico di consulente per la cultura (riconfermato da appena una settimana, ndr) che ho ricoperto al fianco dell’assessore Nicola Laforgia. In tre anni di lavoro abbiamo tentato di restituire al Piccinni la dignità di teatro del capoluogo, esaltandone la funzione di rappresentante qualificato di un sistema teatrale che è articolato e vario. Insomma abbiamo coltivato l’idea di un teatro aperto e sensibile alle influenze del presente ». Con risultati entusiasmanti: 30 per cento di pubblico in più, oltre al passaggio da sette a venti titoli e da trentacinque a cinquantasette repliche. «Senza dimenticare il coinvolgimento, prima di tre, e, da quest’anno, di quattro altri spazi. Tutto questo è stato la naturale conseguenza di un nuovo indirizzo politico e culturale». In cartellone, quest’anno, ci sono Paolo Poli e Luca De Filippo, Paolo Hendel e Lella Costa, ma anche Servillo, Celestini, Martinelli, Manfredini. Tornano le parole chiave: tradizione e ricerca. Un modo per accontentare più pubblico possibile ma anche un invito a superare i limiti di genere... «Oggi la stagione del Piccinni è paragonabile a quella dei più importanti teatri pubblici italiani. Abbiamo sostenuto con convinzione la convivenza di generi diversi e di spazi differenti, consapevoli della difficoltà che avrebbero incontrato spettatori abituati al Piccinni nell’affrontare platee ben più scomode. Ma l’abbiamo fatto per ampliare un’offerta e abbiamo curato con estrema attenzione questa offerta, con l’intento di conquistare la fiducia proprio dei più conservatori. E lo sforzo è stato ripagato, perché poi il vero amante del teatro sa cogliere il senso del nuovo». Mi tolga una curiosità: lei ha usato sempre il plurale. Un vezzo o cosa? «Al progetto abbiamo lavorato in molti, il mio ruolo è stato quello di interprete, prima ancora che di autore. Ho interpretato gli indirizzi politici del sindaco, così come credo di avere interpretato le domande del territorio, fra le quali comprendo quelle del pubblico, quelle degli operatori e dei teatri della rete. Ma in particolare l’attuazione dell’impresa ha potuto contare sull’apporto convinto del Teatro Pubblico Pugliese: Carmelo Grassi, Giulia Delli Santi, GemmaDiTullio, Ileana Sapone, Giancarlo Piccirillo - fino a comprendere chi gestisce il botteghino del Piccinni - sono stati protagonisti di questa impresa. E vorrei che li nominasse, perché il teatro non è uno spettacolo né un edificio, né mai può essere una persona, ma la comunità che lo anima e lo fa vivere». A proposito di botteghino, di prenotazioni elettroniche non si parla ancora? «E’ un progetto già finanziato dal Teatro Pubblico Pugliese, sarà attivo dalla prossima stagione». Che sarà una stagione di svolta? «Lo spero. Dopo il terzo atto mi piacerebbe cambiare, puntare all’autonomia produttiva e alla scena internazionale. Si tratta di funzioni che potremmo esprimere con grande naturalezza facendo leva proprio su quel principio di rete che abbiamo sperimentato nel cartellone. E che nel caso di uno stabile pubblico dovrebbe coinvolgere l’intera regione».

Rossella Trabace
 
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