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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Un cubo di tulle per Mario Brunello - 24/10/2007

Performance del violoncellista stasera al Delle Palme

In palcoscenico, un cubo foderato di tulle e, al suo interno, uno dei più celebri e versatili violoncellisti italiani dell’ultimo ventennio -Mario Brunello - interprete, con il suo prezioso Maggini del 1605, della Quarta e della Quinta Suite di Bach. Intorno, una cornice di musica elettronica firmata Kneifel tratta da Lux Aeterna, suoni ipnotici, immagini sdoppiate, triplicate (c’è persino il pianista Glenn Gould, cui Brunello deve la scoperta del suo interesse bachiano, che virtualmente duetta con lui) ed il racconto in ologramma del novello bardo Vinicio Capossela, guida onirica e vagabonda fra i suoi rientri notturni in motel entro il dedalo di voci e identità potenziali che affiorano continuamente dalla scrittura bachiana. Quello che si ascolterà (e vedrà) questa sera (ore 21) al Teatro Delle Palme di Napoli con la produzione «Pensavo fosse Bach», ideata nel 2006 (parafrasando il titolo di un celebre film) appunto da Brunello con Saul Beretta per Musicamorfosi e proposta dall’Associazione Alessandro Scarlatti per la prima volta a Napoli in occasione del terzo appuntamento della stagione di concerti, non è dunque il solito Bach, ieratico e parruccone. Bensì, un Bach riscoperto uomo: strano, un po’ folle ed inquieto, messo a fuoco attraverso la stessa geometria illusionistica dei suoi giochi d’artificio barocchi, ma oltre la sacralità della sua arte. E riletto, piuttosto, riconducendone la maestria polifonica entro una moderna multimedialità visionaria per «capirne - osservano gli autori dell’ideazione - i segreti dell'architettura interna». In scena quindi, dagli orditi contrappuntistici, vari Bach e diversi Brunello, più linee melodiche che s’intrecciano e, attraverso il medium del cubo e le narrazioni del cantautore, altre immagini, altre ombre, altri suoni. «Reinventare Bach, per resuscitarlo dalla tomba, per fargli scorrere nella partitura il suo sangue giovane, lo swing tentacolare » dice Capossela. E Mario Brunello, per il quale le Suites bachiane restano «come lo zen e il Vangelo», risponde: «Pensavo, indagando tra le voci nascoste delle partiture, che avrei trovato Bach nella sua veste più conosciuta. Bach architetto di grandi strutture polifoniche, intrecci di voci a sorreggere le sue famose cattedrali musicali. Invece, man mano che le voci si evidenziavano, le vedevo fuggire dalla loro stessa identità, per mantenere la loro indipendenza e libertà della non scrittura». Infine, conclude: «Il cubo dentro al quale suono due delle sei Suite? Diventa una nuvola dei sogni, sulla quale si proiettano le voci e i colori che possono nascere solo dall’immaginazione. Insomma, Pensavo fosse Bach...».

Paola De Simone
 
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