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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Bruce Myers è il Grande Inquisitore - 17/10/2007

In scena l’attore che ha seguito la strada di Peter Brook

«Il teatro è una performance, un’esperienza di vita seria, intensa, in grado di trasmettere qualcosa agli altri.Maci andrei cauto sul suo valore pedagogico e palingenetico». Alle prese con un testo di significato etico e politico come «Il Grande Inquisitore», Bruce Myers, l’attore inglese che ha seguito Peter Brook nel suo percorso di allontanamento dal teatro ufficiale britannico (la celebre Royal Shakespeare Company), preferisce non caricare di troppe aspettative sociologiche lo spettacolo che debutterà stasera alle 21 alla Galleria Toledo: il secondo del doppio Brook proposto da Laura Angiulli e Rosario Squillace. «Ci soffermiamo - prosegue - su un capitolo dei Fratelli Karamazov, quello che racconta di un episodio legato alla Spagna del XVI secolo, e non su tutto il testo di Dostojewskij. Può avere finalità politiche, ma non nasce nè intende offrirsi con questa intenzione: piuttosto è poesia, un gran pezzo di teatro, fatto da un maestro come Brook e adattato da Marie Hélène Estienne». L’azione si svolge a Siviglia, nel ’500, all’epoca più terribile dell’Inquisizione, quando ogni giorno si accendevano roghi in nome della gloria di Dio e «in superbi autodafé si bruciavano terribili eretici». Cristo ritorna fra gli uomini e percorre le strade infuocate della città dove, il giorno prima, davanti a re, cortigiani, cavalieri, cardinali e dame, il Grande inquisitore aveva messo al rogo un centinaio di presunti eretici». In scena con Myers anche Joachim Zuber. «A Cristo - spiega - l’Inquisitore avrebbe dovuto dare ascolto; confidando nella sua potenza, nel suo amore e nella sua capacità di decidere per il meglio. Qualità per far regnare pace e armonia nel mondo. Purtroppo, invece, questo Cristo non si afferma nella sua veste di reggente dell’Universo, non si mette alla guida degli uomini, anzi Lui li sopravvaluta, li lascia alle loro coscienze, credendo così di fare il loro bene ». Per realizzare questo confronto la regia di Brook colloca le due figure su una scena spoglia, riempita solo da due sgabelli e dalla strana «agitazione intellettuale » dell’attore (Zuber) che interpreta Gesù. Ed è in questa atmosfera che prende corpo l’azione, o meglio lo scontro tra due modi diversi di porsi e di vivere il potere: Cristo troppo remissivo e compassionevole, il Grande Inquisitore impetuoso, violento, ma autentico. «Il protagonista è in fondo un discepolo di Cristo - conclude Myers - che, risvegliatosi da questo profondo torpore della coscienza, vuole prenderne il posto, con un agire sottile e arguto». Repliche fino a domenica.

Stefano de Stefano
 
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