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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Haber: «Per la prima volta mi misuro con la Shoah» - 09/10/2007

Parla l’attore che giovedì a Bari per la Fondazione lirica sarà voce recitante delle «Variazioni sui colori del cielo»

Bari - Certi incontri a volte capitano. Senza che uno se li vada a cercare. Esattamente quello che è avvenuto ad Alessandro Haber, voce recitante delle Variazioni sui colori del cielo, azione scenico- musicale sugli orrori del lager nazista di Mauthausen che la Fondazione Petruzzelli presenta giovedì al Piccinni di Bari per i concerti da camera della stagione l i r i c o - s i n f o n i c a 2007-2008. «Sinora non mi ero mai confrontato, né sulla scena né sul set, con il tema della Shoah: non so perché non sia accaduto prima. Semplicemente è successo adesso». Com’è successo? «Mi hanno cercato e ho risposto con molto piacere alla chiamata», racconta l’attore bolognese, che quest’anno ha compiuto sessant’anni, di cui quaranta di carriera, tanti quanti ne sono passati dal suo esordio, avvenuto nel cinema nel 1967 come interprete del film La Cina è vicina di Marco Bellocchio. «L’Olocausto - dice Haber - è un tema che riguarda tutti. Anche chi non l’ha vissuto direttamente. Ma siccome sono nato dopo la guerra, ne so quanto quelli della mia generazione». Nonostante l’esercizio della memoria, gli orrori non si fermano. «Di Shoah ce ne saranno sempre perché nell’uomo continueranno a convivere dottor Jeckyll e mister Hyde. Il male è sempre lì, dietro la porta ». Il fatto di aver trascorso larga parte dell’infanzia a Tel Aviv non ha aggiunto nulla alla sua conoscenza di quell’immane tragedia? «Mi sono trasferito con la mia famiglia che ero ancora in fasce e sono andato via che avevo otto anni. Ero un ragazzino. Sarebbe stata la stessa cosa se avessi vissuto in Congo o in Alaska. Non avevo la percezione della sofferenza vissuta dagli ebrei sino a qualche anno prima. Per strada, a piedi scalzi, giocavo ai cowboy. In Israele ho avuto un’infanzia molto bella, molto più rispetto a quella vissuta in Italia». Suo padre, un ebreo rumeno, cosa le ha raccontato? «Non molto, perché non ha conosciuto la tremenda esperienza dei campi di concentramento. Si trovò a combattere i nazisti partecipando all’avanzata anglo-americana». Quarant’anni tra cinema e teatro. Come si divide sul piano della passione? «E’ come fare l’amore con due belle donne. Ma se dovessi scegliere opterei per il teatro. Sulla scena puoi costruirti qualcosa di tuo, sul set sei solo agli ordini del regista». Insomma, meglio solista che orchestrale? «Direi proprio di sì. Anche se poi ogni tanto mi piace suonare con l’orchestra». La sua compagna è pugliese, da tempo collabora con l’attore lucano Rocco Papaleo, con cui tornerà in Puglia portando lo spettacolo Tempo di miracoli e canzoni, ha anche girato di recente il film L’oro rosso con il regista martinese Cesare Fragnelli. Sta diventando meridionale? «Anche. Sento mio ogni posto nel quale mi trovo. Sono quello che si dice un vero camaleonte ».

Francesco Mazzotta
 
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