Campania
Puglia
Economia
 
Home
Storia
Iniziative
Rubriche
Contatti
 
Annunci legali
Meteo
Info traffico
Trova lavoro







   
 
 
 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Africa pirandelliana al Politeama - 03/10/2007

Napoli, fino a domani in scena «Sizwe Banzi est mort»

E’ la terza volta che una regia di Peter Brook sbarca a Napoli: la prima fu «Le costume», alla Città della Scienza nel 2001, la seconda «Tierno Bokar» al Mercadante nel 2005 ed infine «Sizwe Banzi est mort» in scena fino a domani al Politeama, apertura di stagione della Galleria Toledo. Ed è evidente il fil rouge che lega i tre spettacoli. Anche questa storia è ambientata infatti nel continente nero, in particolare in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, come già in «Le costume». Il centro della pièce scritta da Athol Fugare, John Kani e Winston Ntshona e adattata in francese da Marie- Hélèn Estienne è l’identità, che, nei paradossi tipicamente africani, rende un uomo privo di documenti un signor nessuno dai tratti pirandelliani. Come accade appunto al protagonista Sizwe Banzi, interpretato da Pitcho Womba Konga, una sorta di Mattia Pascal dell’emisfero australe. Il suo documento, col quale lavora a New Brighton, è scaduto e non c’è alternativa al suo ritorno alle c a m p a g n e d i King’s Williams Town, con l’unico lavoro possibile in miniera. E’ sposato, quattro figli e nessuna alternativa. Almeno fino all’incontro con Styles (Habib Bendèlè), un operaio della Ford che arrotonda facendo il fotografo. Questi si imbatte in un cadavere e ne recupera i documenti. L’uomo si chiamava Robert Zwenlizima, permesso in regola e paga assicurata. Scatta qui il dilemma di Banzi: restare se stessi nella disperazione più assoluta o diventare altro e assicurarsi la sussistenza? Alla fine il cambio è inevitabile: l’uomo stacca la vecchia foto e rincolla quella nuova. Come sempre Brook sceglie il tono di un’agile leggerezza, con una scena spoglia punteggiata solo da pochi segni (i fari dello studio fotografico, qualche sedia, un paio di appendiabiti) e soprattutto un registro intriso di autoironia tipicamente africana. La stessa che pur in condizioni di estremo disagio conserva ai protagonisti il gusto di un sorriso arguto capace di rendere universale il messaggio esistenziale presente nel lavoro. «L’azione si svolge negli anni ’70 - spiegano infatti gli attori - e racconta dei problemi razziali e identitari dei sudafricani neri, ma ha un valore attualissimo che riguarda i processi migratori presenti in ogni parte del mondo. Anche perché le township sono una metafora della segregazione presente ovunque, anche nelle coscienze della gente».

Stefano de Stefano
 
OSSERVATORIO SULLA CAMORRA
Racket a Napoli: ''Troppa omertà nei quartieri borghesi''
CLICCA QUI
 
Osservatorio sulla camorra | Storia | Iniziative | Rubriche
Edizione Campania | Edizione Puglia |Corriere Economia
Servizio meteo | Info traffico | Trova lavoro
P. Iva 06890970632 editoriale del mezzogiorno srl Realizzato da D&D - Dinamica Digitale