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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Giorgia Maddamma - 29/08/2007

Muscoli d’acciaio. Danza di velluto

E’ tornata in Puglia per amore. Sei mesi fa ha fondato a Lecce il gruppo Koreo Project, che si avvia a divenire un laboratorio di apprendimento e approfondimento coreografico sul mestiere e l’arte della danza. E di Foggia, sua città natale, dice che è spazio ideale per mettere su una scuola: per i teatri poco sfruttati e l’assenza totale di compagnie. E sì, al Sud è difficile. E nella nostra regione anche peggio: pochi gli spazi, poca la cultura e la scarsezza di fondi per mettere su una scuola. Ma qualcosa nella voce di Giorgia Maddamma sembra abbattere qualunque tipo di pregiudizio e di ostacolo. Anima di velluto dentro un corpo sottile di muscoli e tendini d’acciaio. Non è un caso che sia di nuovo qui, solo dopo aver scoperto l’essenza, e il cuore pulsante della danza. Che era un po’ anche il suo. E che non è certo solo la tecnica: un giro di spaccata in aria, una punta, o una gamba alta. S’incarna invece nella spettacolarità dell’emozione che un movimento o uno sguardo possono comunicare da un palco. Entrare in scena camminando, o voltarsi a guardare il pubblico, sono passi che richiedono mesi di lavoro. «Ho potuto capirlo solo grazie agli studi in Germania. L’importanza di un mondo d’interiorità che deve trasmettersi attraverso la danza è un messaggio che le scuole d’arte italiane non sono ancora in grado di infondere». Agli interpreti del Teatrodanza fondato da Pina Bausch, direttrice dell’università frequentata a Essen da Giorgia, è richiesto infatti di dedicare buona parte di sé e della propria esistenza, scardinando le gabbie, sfuggendo alle definizioni e ritrovando l’unità con le proprie componenti irrazionali. Al Tanztheater - si dice - non ci si nasconde. Non c’è esibizione, ma verità. E Giorgia, ha potuto tentare di nascondersi solo per pochi giorni. Quando in terza media, persuasa dalla lontananza degli affetti e dalla difficoltà del percorso di un’arte che in famiglia non si osava definire mestiere, tornò a Foggia per iscriversi al liceo scientifico, sulle orme del fratello maggiore. Basta con l’Accademia, e con la pervicacia di una passione inutile. E chiudiamo con un sogno pericoloso che procurerebbe solo fatica e solitudine. Peccato che tra quei banchi si sentì come una medusa stremata dal sole sugli scogli. E resistette quarantotto ore, per fuggire di nuovo. «Signori, torno a Roma», disse ai genitori. Galeotta fu una lettera in cui proprio in quelle ore le davano notizia dell’ammissione - tra pochissimi - come interna per frequentare il liceo, in Accademia Nazionale. Una professoressa di filosofia, che era anche critico d’arte, l’insegnante di storia dell’arte che esponeva a New York, il pittore Achille Perilli come maestro di spazio scenico, e per insegnante di solfeggio Monnalisa, la prima direttrice d’orchestra d’Italia: e scusate se è poco. Vi era già entrata a undici anni, dopo che un danzatore, in visita a Foggia per uno stage, l’aveva vista ballare e le avevaproposto di tentare l’esame per accedervi. Galeotta fu una passeggiata con la mamma, che per gioco nel febbraio di pochi anni prima, l’aveva condotta nelle sale della scuola Danzarea. Lì cominciò a trascorrere tutti i pomeriggi fino all’ora di chiusura dell’ultimo corso. Addio al pianoforte, al pattinaggio, alla ginnastica ritmica. Sei anni di Accademia invece, più tre di avviamento per diventare insegnante di balletto e ottenere il diploma a diciannove anni. Poi il lavoro al fianco di Elsa Piperno e Joseph Fontano, fondatori della prima compagnia italiana di danza contemporanea e la decisione di andare a curiosare in quella scuola germanica, dalla quale rimase folgorata. Mai visto né immaginato nulla del genere. Tantomeno di ritrovarsi lì proprio a maggio, nell’unica settimana dell’anno in cui si tenevano le audizioni. Quando si dice il destino. Fu l’unica ammessa nonostante un cartellino rosso per le procedure burocratiche e formali disattese.A ventidue anni, scherzando, rispose ai maestri che sarebbe comunque andata via dopo pochi mesi. Invece vi rimase dieci anni. Ed ebbe l’occasione di lavorare con Mark Siecskarek e con Rodolpho Leoni, astro nascente della coreografia brasiliana e oggi divenuto maestro alla Folkwang Hochscule. «Non eravamo gli unici a farlo, ma lì dentro non esistevano orari. Dopo le tre lezioni del giorno si provava anche di notte dopo aver scavalcato il cancello del cortile entrando dalla finestra altissima del piano ammezzato della sala di lavoro». Poi arrivò anche il teatro. A Munster, collaborò con Daniel Goldin per quattro anni. «Con tutto il fascino dell’immersione nella vita artistica: otto ore al giorno di lavoro, tre repliche a settimana, la produzione di tre pezzi l’anno». Intanto, di ritorno in patria, la ballerina Giorgia ha portato con sé anche un altro «titolo» ancor più prestigioso: oggi, in Italia, è l’unica insegnante di danza contemporanea con diploma rilasciatole dell’università tedesca diretta dalla Bausch. La cercano i colleghi di molte scuole, perché insieme solo forse ad altri tre in Italia, è in grado di trasmettere la conoscenza e la pratica dello stile Folkwang. Specializzazioni? «Ripetitrice della tecnica Limòn. Ho avuto Libby Nye come maestra oltre che madre spirituale, lei era compagna di studi di Pina Baush». Che nel giugno scorso ha avuto il Leone d’oro alla carriera e viene in vacanza a Castro Marina. «Sì, l’ultima volta la vidi in un cinema dove proiettavano Evita. Ovviamente mi persi il film». Perché? «In quel momento, per me, il film era lei».

Alessandra Benvenuto
 
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