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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, personaggio dell’estate Ricorda l’eroe di Cervantes e anche lui ha il suo Sancho Panza - 28/08/2007

«L’estate sta finendo», cantavano qualche anno fa i fratelli Righeira, «lo sai che non mi va» (e a chi va?). E’ già tempo dei primi bilanci di stagione e almeno per quanto riguarda la nostra amata Puglia, se si dovesse individuare il personaggio dell’estate 2007 non ci sarebbero dubbi. Con buona pace dei protagonisti della focosa battaglia per la leadership del Partito Democratico e della loro frenetica «ammuina» (un «valore aggiunto» come ha argutamente chiosato da par suo su queste pagine la borbonica Maddalena Tulanti), la palma non può non andare che a Ippazio Stefano. Intanto - per prenderla da lontano - per quel nome: ma come gli è venuto in mente ai suoi genitori di chiamarlo così? Hai voglia a ricorrere al familiare e affettuoso diminutivo Ezio: chissà quanto avrà sofferto da bambino a scuola! E poi quel cognome che se gli togli l’accento - ma quanti lo mettono? - pare un nome. Chi scrive, dividendo con lui la scomoda peculiarità di avere un «cognome nome», conosce il supplizio dei mille equivoci che insorgono a ogni momento: dal posto sull’aereo prenotato a nome del signor Vito e non allo sconosciuto Bruno - e quindi col cavolo che ti fanno salire a bordo - , all’impiegato di banca che non trova sul computer i tuoi quattro soldi di risparmio e solo quando tu sei andato lungo per terra gli viene in mente di andare a cercare tra i cognomi che iniziano con la B e non con la V. Episodi di autentica vita vissuta che spero non siano capitati a Stefàno (con l’accento sulla «a»). E comunque basterebbe questa remota eventualità a farcelo sentire vicino. Ma lui ha fatto ben di più per meritarsi la nostra - sbigottita - attenzione: dopo una lotta fratricida in suo nome che ha spaccato i Ds di Taranto, è riuscito niente di meno che a farsi eleggere sindaco della città più indebitata d’Italia, probabilmente d’Europa e forse, in rapporto alla popolazione, del mondo. Quasi 1000 milioni di euro. Un record assoluto. E non basta. Si dice che alcuni creditori ancora non si siano rivelati agli organi fallimentare del comune per un sussulto di pudore (ohibò!). Ma cosa avranno mai ordinato a credito gli amministratori della passata giunta? Montagne di caviale e fiumi di champagne? Stole di ermellino? Trattamenti estetici in cliniche svizzere? Per di più pare che anche il bilancio di quest’anno sia in bilico: solo a giorni si saprà se è coperto oppure no. Ora, una persona sensata, professionalmente appagata, che non abbia mire di arraffare ancora l’arraffabile (ipotesi da scartare per ciò che riguarda l’integerrimo Stefàno, ma su questo torneremo), che farebbe se vivesse a Taranto? Ma se ne starebbe buono buono inguattato nel suo cantuccio e chi s’è visto s’è visto. E invece Ippazio Stefàno che fa? Si butta nella mischia e si fa nominare primo cittadino. Per quale arcana e remota ragione? La risposta per una volta ce la può dare la fisiognomica, la - pseudo - scienza che deduce i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico. Dunque: prendete il sindaco, toglieteli gli occhiali e la grisaglia d’ordinanza, allungategli i capelli, lasciategli un filo di barba sale e pepe sul bel viso scavato e austero, vestitelo con una corazza e issatelo su un cavallo. Chi vi viene in mente? Ma Don Chisciotte, chi altri sennò?, l’ingegnoso hidalgo della Mancha, creato dalla fantasia dell’immortale Cervantes. Nella vulgata popolare Don Chisciotte è soprattutto il cavaliere che combatte contro i mulini a vento, e in effetti governare Taranto di questi tempi pare un’impresa dello stesso tenore, se non ancora più disperata. Per fare solo un esempio: qual è il rimprovero più comune che serpeggia in città sul sindaco appena insediato? Di essere troppo buono e onesto e volenteroso. Un consigliere dell’opposizione in consiglio comunale l’ha accusato addirittura di assomigliare a Don Giovanni Bosco. E qui siamo davvero alla pochade, al capovolgimento di ogni più elementare senso comune. Ma di grazia, a chi dovrebbe assomigliare un amministratore pubblico? Ad Al Capone? A Michele Sindona? Davvero per governare Taranto e tarantini ci vuole il pugno di ferro? Qualcuno con il pelo sullo stomaco che non vada tanto per il sottile? (Fermiamoci qui: senza volerlo stiamo evocando vecchi fantasmi… E però, signor sindaco, quando le si chiede di far rispettare la legalità nella vita di tutti i giorni e quindi anche ai ragazzini che vanno senza casco sul motorino, non invochi solo il buon esempio: l’educazione, il rispetto delle regole, la tutela della salute passa anche con qualche sacrosanta multa. La legalità - si è appurato - non è né di destra né di sinistra, e soprattutto è l’unico antidoto efficace contro le nostalgie per gli uomini della provvidenza.) Ma torniamo a Don Chisciotte, l’eroe che per gente del calibro di Milan Kundera e Vargas Llosa - mica bruscolini - è all’origine del romanzo moderno e della stessa idea d’Europa. Il premier spagnolo Zapatero ha affermato che il capolavoro di Cervantes può servire come base per una riflessione «sull’etica pubblica, l’impegno personale, l’educazione, la solidarietà, l’incontro rispettoso ». Il donchisciottismo, per stare ancora alle parole del prestante leader spagnolo, «è una categoria morale di quanti credono possibile migliorare la società nella quale vivono, trasformandola in uno spazio più abitabile e giusto per tutti». Qui siano davvero in territorio Stefanesco: Don Chisciotte come icona morale e politica, e Dio solo sa quanto c’è bisogno a Taranto - e in tutta la Puglia - dell’una e dell’altra. Naturalmente il cavaliere non può andarsene da solo alla battaglia contro il dissesto e il degrado: ha bisogno di un valido scudiero. Ma chi può essere il suo fido Sancho Panza? Qui, più che la fisiognomica, ci torna utile il contesto in cui si svolgono le operazioni, e a vedere bene una sola è l’ipotesi praticabile: Gaetano Carrozzo, vice sindaco, che anche fisicamente offre un’incarnazione plausibile del personaggio, appena un filo pingue, come è giusto che sia. La fatica per lo scudiero è tanta, ma sbaglierebbe chi pensasse a un ruolo secondario per sempliciotti un po’ tonti. La migliore critica nei quattrocento anni che sono passati dalla nascita dell’eroe, sostiene che Sancho Panza sia l’alter ego di Don Chisciotte, il principio di realtà che completa la visionarietà del cavaliere. Altro che buontempone sprovveduto! Del resto che il nostro candidato sia un persona tutt’altro che ingenua, lo dice il suo curriculum. Di più: qualcuno in città arriva addirittura a ipotizzare che prima o poi il vice sindaco scalzerà Ippazio Stefàno e prenderà il suo posto. Malelingue, certo. Si è visto mai un Sancho Panza disarcionare un Don Chisciotte? Mai! I due - che come abbiamo detto sono in fondo una persona sola - sono legati a doppia mandata per la vita e per la morte - politica, s’intende. Se solo riuscissero a risanare Taranto la loro gloria sarebbe eterna, pari solo a quella degli eroi di Cervantes e per essere tramandata ai posteri, non avrebbe certo bisogno di quella quintalata di marmo che ingombra il primo pianerottolo del comune di Taranto. Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando di una immensa lapide datata 8 maggio 2000 dove, scomodando le parole dell’incolpevole Pablo Neruda, l’amministratore dell’epoca auspicava una felicità imperitura per tutti i tarantini. Vista com’è finita, pare una grottesca e oscena firma del destino. Ma giacché siamo a Palazzo di Città, un’ultima annotazione. Mentre scriviamo- domenica 26 agosto - l’orologio in cima all’edificio è fermo. Anche questa sciatteria sarà probabilmente un’eredità del passato, e ci saranno mille cose più urgenti da fare, ma per favore, sindaco, lo rimetta in movimento, accordi il tempo del potere con quello della città, dimostri che il tempo nel Palazzo è cambiato. E’ solo un piccolo segno, ma anche i segni servono per governare.

VITO BRUNO
 
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