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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Una terapia creativa - 24/08/2007

contro la mutilazione dei SENSI

Conviene forse a questo punto essere chiari ed esplicitare quello che si è iniziato a dire nel precedente articolo: la costruzione di un giardino si conclude necessariamente con una sconfitta - a volte parziale e a volte totale - del giardiniere. Bisogna infatti che questi scenda a patti con la natura e che accetti di ridimensionare le proprie ambizioni. La fatica e l’impegno del giardiniere sono sempre ingenti, manon bastano per assicurargli il successo immaginato. Anche il più attento - quello che prima di piantare qualsiasi arbusto si prende cura della terra, per renderla disponibile ad accogliere le piante - non vince mai completamente, e tutte le risorse, a cominciare da quelle finanziarie, che può investire nel suo progetto non saranno mai sufficienti. Dopo un’estate come questa, o dopo un inverno particolarmente duro, bisogna ricominciare a piantare, facendo tesoro di quello che è accaduto. Alla fine dell’impresa i conti non tornano mai, e tuttavia raramente accade che un giardiniere abbia l’impressione di avere perso denaro e tempo. I giardini possono essere visti come beni semidurevoli che non deludono poiché forniscono piaceri che altri beni non offrono. Consentono infatti - per riprendere un pensiero di Albert O. Hirschman, un economista che ha lavorato su questa questione - una contemplazione narcisistica del risultato dei propri sforzi e delle proprie scelte, una cosa che altri beni simili non offrono, ed è per questo che i giardini, come poche altre merci e servizi, deludono difficilmente i loro possessori. Chi aspira a costruire un giardino deve inoltre possedere - come ricorda il Visconte de Noailles Roy Lancaster, nel suo libro Piante dei giardini mediterranei - sia immaginazione, sia tenacia, e poter contare sulla fortuna. Di quest’ultima ne serve infatti tanta, poiché il principale nemico di un giardino non è la natura, ma le città che si espandano a macchia d’olio, in ogni direzione. Con queste arrivano le luci e i rumori, due cose mortali per la vita di un giardino. Dalla natura ci si può difendere, ma contro le città si può fare molto poco. Per tenere in vita il proprio giardino bisogna dunque proteggere le piante dalle avversità atmosferiche, e la cosa non sarà certo facile. Si deve difendere lo spazio vitale di ogni zolla del recinto dalle invasioni esterne, a cominciare dalle erbe infestanti che continuamente invaderanno il campo. Si devono ascoltare le richieste di aiuto che verranno dalle piante e, poiché queste non hanno lingua, saranno in primo luogo le loro foglie a dire se hanno bisogno di acqua e se invece ne hanno avuta troppa o se bisogna dare loro del nutrimento addizionale. Il lavoro del giardiniere richiede perciò uno sguardo attento, capace di raccogliere i tanti indizi che le piante inviano. Si deve poi venire a patto con gli insetti, con gli uccelli e gli altri abitanti dei giardini, come suggerisce uno dei protagonisti di un altro fondamentale libro sui giardini, quello scritto da Adalbert Stifter, Tarda estate, e fare in modo che tutto possa procedere con un certo equilibrio. Alla fine di questo difficile apprendistato, l’avventuroso avrà sicuramente imparato più cose sul mondo naturale di quante se ne apprendono dai libri o in altro modo. Un giardiniere ha successo solo se mostra tenacia e pazienza, e se non si scoraggia, come ci ricorda Paolo Perone, ne Il vero giardiniere non si arrende. Un giardino infatti educa un giardiniere, per riprendere il titolo del fondamentale libro di Russel Page, L’educazione di un giardiniere, e ne rafforza il carattere. Conviene inoltre ribadire una verità già affermata ripetutamente in questa serie di articoli, ma utilizzando questa volta le parole di Ippolito Pizzetti, di un grande giardiniere recentemente scomparso: «un giardino non è un ambiente naturale ma sempre e comunque un ambiente artificiale, un fatto creativo, che deve inserirsi armoniosamente nell’ambiente che lo circonda ma non per questo deve rinunciare, a nessun costo, all’invenzione, alla variazione, alla ricerca».

FRANCO BOTTA
 
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