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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Ovadia: canto le ferite dell’uomo - 26/07/2007

«Cabaret Yiddish» è il titolo dello spettacolo

La decima edizione della rassegna «Lo sguardo di Ulisse - Musiche migranti» si conclude stasera alle 21 nel parco dei Quartieri Spagnoli, sede dell’ex Ospedale militare, con un omaggio alla cultura ebraico-mitteleuropea. Si intitola infatti «Cabaret Yiddish» lo spettacolo che Moni Ovadia presenterà al pubblico napoletano, una forma rappresentativa che già nel titolo tiene insieme cultura slavo-germanica (cabaret) e suggestioni di origine giudaica. Il poliedrico artista italo-bulgaro si esibirà accompagnato da un quartetto composto da Emilio Vallorani al violino, Janos Hasur alla fisarmonica, da Albert Florian Mihai al contrabbasso e da Luca Garlaschelli al flauto, violino, fisarmonica e contrabbasso. Insieme cantattore e banda daranno vita al rito iterativo del racconto sull’ebreo errante, che come è tradizione di OvaDia toccherà idiomi diversi come il tedesco, il polacco, il russo, l’ebraico, l’ucraino e il rumeno, inanellando storielle e aneddoti, fortemente improntati all’autoironia ebraica, in grado di elaborare una sintesi moderna di grammatica yiddish e ritmi klezmer. Uno spettacolo da camera, insomma, da cui è poi derivato il più celebre «Oylem Goylem». Netta è la forma classica del cabaret: si susseguono infatti brani musicali a citazioni che l’abilità dell’intrattenitore sa rendere vivaci, in un’atmosfera che fonde steppe e retrobotteghe, antiche strade di ghetti e sinagoghe. Ciò che Ovadia chiama «Il suono dell’esilio, la musica della dispersione ». Ovvero della diaspora. La musica Klezmer deriva dalle parole ebraiche Kley Zemer, riferite agli strumenti musicali (violino, archi in genere, clarinetto) con cui si suonava la musica tradizionale degli Ebrei dell’est europeo a partire dal XVI secolo. «Ho scelto - spiega infine il protagonista - di dimenticare la "filologia" per percorrere un’altra possibilità proclamando che questa musica trascende le sue coordinate spazio- temporali determinate per parlarci delle lontananze dell’uomo, della sua anima ferita, dei suoi sentimenti assoluti, dei suoi rapporti con il mondo naturale e sociale, del suo essere "santo", della sua possibilità di ergersi di fronte all’universo, debole ma sublime».

S. de St.
 
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