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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Silvestri: «Torno in Puglia dopo cinque anni» - 17/07/2007

Il cantautore romano oggi alla Rotonda per il megaconcerto Enel

Bari - «Da quanto tempo manca un mio concerto in Puglia? Guardi, non saprei dire, sono passati davvero tanti anni». La memoria tradisce Daniele Silvestri, atteso stasera a Bari sul megapalco allestito in piazza Armando Diaz per «Intermittenze», evento musicale gratuito promosso dall’Enel. Di anni, dopo alcune consultazioni negli archivi della sua mente (e in quelli del nostro giornale) stabiliamo che ne sono passati cinque. La sua ultima apparizione risale al 2002. Bentornato Silvestri. Non sono un po’ troppi, gli anni di assenza, per un artista che si dice innamorato della Puglia? «Già. Mi farò perdonare. Domani sera (stasera, ndr) non perdetevi il concerto. Sarà pieno di soprese e prometto una festa indimenticabile per tutti. E confermo di essere innamorato della Puglia. Dapprima mi hanno incantato le cose più banali: il mare, le località stupende. Poi l’ho conosciuta meglio, soprattutto attraverso le amicizie con persone pugliesi, in primis il mio batterista ». Alla Puglia ha dedicato una canzone dal titolo in dialetto Me fece mele a chepa. Le giro una domanda dal blog del suo sito internet: a Bari è in scaletta? «Originariamente non c’era. Poi ci siamo detti che non potevamo suonare a Bari senza farla. Così l’abbiamo inserita in extremis. Ecco, il dialetto è un’altra cosa che adoro della Puglia». Ha nove album all’attivo.È un repertorio importante. «Non ho mai contato le canzoni che ho scritto, ma sono davvero tante. Per il concerto stiamo facendo i salti mortali per decidere quali suonare. Sul palco siamo in tanti, non posso superare l’ora e mezza di esibizione. Abbiamo dovuto scegliere». Ma... «Ma stiamo pensando di prolungare il tour per Il latitante, il mio ultimo album che sto portando in giro per l’Italia. Il concerto del tour dura due ore e mezza e più. Pensavamo di fermarci il 15 settembre secondo il programma, invece stiamo stabilendo altre date in Sicilia e proprio in Puglia, dove il tour non sarebbe passato. Così, come dicevo, mi farò perdonare». È difficile inquadrare la sua musica in un genere musicale. Lei come lo definisce? «Non lo so neanch’io. L’essere poco etichettabile nasce dal fatto che non mi sono mai sentito esclusivamente portato verso qualcosa. Da un lato riconosco questo come un difetto. Poi l’ho portato alle estreme conseguenze: mi è più congeniale dedicarmi alle ispirazioni più disparate. Ne è nata - dall’incoscienza, lo ammetto - una strana mistura. Che poi è diventata una forza. Per me scrivere canzoni è come per un regista girare un film. Siamo nel linguaggio delle possibilità. Racconto storie seguendo il mio istinto musicale ». Istinto musicale che trae spunto anche da tradizioni di paesi lontani. Penso a Cohiba, forse il suo brano più famoso, e altre sue proposte in cui canta in altre lingue. «I luoghi che ho visitato e quelli dove ho portato la mia musica mi hanno molto condizionato. È successo anche in Puglia. Mapenso soprattutto ai concerti in giro per il mondo, come quelli di solidarietà in Mozambico nel 2003. Sulla stessa scia stiamo progettando un tour nel 2008 con gli Inti Illimani, in giro per il Cile e l’Argentina. È un progetto molto concreto, dovremmo riuscire a partire». Cos’è per lei la musica: uno sfogo, un piacere, un lavoro? «Suonare continua a essere quello che mi piace di più. È un gioco e una passione. Nel momento in cui mi sono reso conto che era diventato un lavoro ho sentito il bisogno di staccare e l’ho fatto. Dovevo recuperare energie e gli stimoli. Bisogna saper evitare il rischio di cristallizzarsi, di cadere negli automatismi. Ecco perché è passato tanto tempo prima che l’ultimo album uscisse ». Molte sue canzoni parlano d’amore. «Come non essere innamorati dell’amore e come non farsi ispirare dai sentimenti? È vero, molte mie canzoni nascono descrivendo situazioni di relazione. Devo dire più dai dolori, dalle frustrazioni, dalle situazioni scomode che capitano nelle storie. Le situazioni di stasi, quando tutto va bene per esempio, non sono così interessanti, se parliamo di ispirazione. Scrivo piuttosto di storie d’amore che si interrompono, di rotture da cui viene poi semplice scrivere qualcosa. La chiave diventa poi l’ironia». È il filo conduttore del suo scrivere? «Sì. Èil mio modo di esprimere la necessità di guardare le cose da lontano, soprattutto nelle situazioni più difficili. Vale per l’amore e per tante altre situazioni ».

Lorenzo Marvulli
 
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