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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Le quattro giornate di «Bari in Jazz» - 27/06/2007

S’inaugura oggi nel centro storico un festival di quantità e qualità

Bari - Alla terza edizione, la posta in gioco è grossa: «Bari in Jazz» vuol crescere diventando uno dei festival più importanti della regione e del Sud Italia. E’ per questo che la manifestazione oggi al via nel centro storico di Bari, diretta da Roberto Ottaviano, organizzata da Abusuan e sostenuta da birra Peroni, Comune, Provincia e Regione, può segnare un punto di svolta importante. Raccogliendo il testimone di festival gloriosi degli anni Novanta come quelli di Noci e Ruvo, «Bari in Jazz» tiene alto il livello della progettualità, ponendosi come vetrina della musica di ricerca e d’innovazione (in ambito jazzistico e non solo). Certo, gli anni sono trascorsi, oggi «l’avanguardia» non è più il totem a cui sacrificare ogni pulsione musicale. E così, nel cartellone di «Bari in Jazz», accanto a proposte all’insegna dell’ improvvisazione radicale come il solo del chitarrista sardo Paolo Angeli o il trio del violinista portoghese Carlos Zingaro con i pugliesi Gianni Lenoci e Marcello Magliocchi, brillano gli spunti etnici veri degli africani Gangbè Brass Band e quelli «immaginari» dello Strada Quintet di Henri Texier, rielaboratore di appunti di viaggio in giro per le periferie e i Sud del mondo; alle contaminazioni eleganti dell’indiano Trilok Gurtu con il quartetto d’archi Arkè si affiancano le brillanti variazioni sul tango ad opera di due colossi del jazz francese, Portal e Galliano; mentre le nuove frontiere del jazz europeo si disegnano con le proposte dello svizzero Lucas Niggli e con gli appunti di stile e di metodo del film-documentario di Julian Benedikt. La qualità di un festival si misura sull’interesse delle storie che è in grado di «rappresentare», sulla densità dei percorsi umani e artistici messi a confronto. Quello di Bari ne allinea davvero tanti nello spazio di soli quattro giorni, in diversi luoghi del centro storico disseminati nell’arco di poche centinaia di metri, a disposizione di tutti grazie alla formula dei concerti a ingresso libero. E tra gli arrivi annunciati, ci sono i critici del mensile francese Jazz Magazine e dell’inglese The Wire. Se non è un festival questo... Tra le storie da mettere in valore, c’è ad esempio quella di Kenny Wheeler, John Taylor e Norma Winstone, un trio di musicisti quasi inscindibile che sta dietro tanta parte del miglior jazz inglese degli ultimi trent’anni (sì, d’accordo, Wheeler è canadese di nascita, ma la sua vita artistica è trascorsa in gran parte in Europa). Beh, li ritroviamo tutti al festival: Taylor e Wheeler insieme nel gruppo di quest’ultimo, la Winstone con un suo nuovo progetto che tiene insieme musica e poesia. C’è poi il gruppo «Dondestan» di John Greaves, negli anni Settanta voce degli Henry Cow, estrema propaggine della cosiddetta «scena di Canterbury» che si muoveva a cavallo tra prog-rock e jazz di ricerca. Greaves, che da vent’anni vive a Parigi, anzi a Montmartre, chiama a raccolta alcuni dei personaggi più irrequieti del jazz francese, più la voce e il giovane talento di Karen Mantler, per reinterpretare le «canzoni» di Robert Wyatt, che di Canterbury è stato di gran lunga il musicista più originale e più amato. E c’è la Puglia: i trentenni baresi a Parigi, Mauro Gargano, Fabio Accardi (stanziali) e Gaetano Partipilo (di passaggio), che sotto la ditta Three Moons rivisitano la tradizione afroamericana da (Ornette) Coleman a (Steve) Coleman, con spavalderia e sicurezza da veterani consumati. EPino Minafra, il solito Pantagruele del jazz «terronico», che con la Minafric Orchestra chiama a raccolta amici e collaboratori vecchi e nuovi (dallo stesso Ottaviano alla voce dei Radiodervish, Nabil Salameh) per celebrare la forza invincibile della «mosica».

Fabrizio Versienti
 
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