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 ARTICOLO - Cartellone (Puglia)
 
Auguri Renzo, «ti aspettiamo alla Taverna del Gufo» - 25/06/2007

Ricordi e auspici di vecchi amici e musicisti foggiani per i settant’anni di Arbore

Settanta, ma non li mostra. Cioè: non li fa vedere e soprattutto non si fa vedere, preferendo fuggire da festeggiamenti e da auguri. Per tagliare il traguardo dei sette decenni Renzo Arbore ha scelto l’isolamento. In senso letterale: cioè, se n’è andato su di un’isola, il Madagascar, a sorseggiare cocktail lontano dal fastuono e dalle cerimonie, a meditare su un nuovo programma televisivo (forse in ottobre) ed anche a ritemprarsi, per smaltire i postumi di una fastidiosa broncopolmonite che qualche settimana fa lo ha costretto a ricoverarsi in ospedale. Il giorno fatidico del compleanno è oggi; e il Corriere del Mezzogiorno ha chiesto agli amici di Foggia, quelli delle passeggiate in corso Vittorio Emanuele e delle prime suonatine nei locali più o meno notturni, di inviare a quel ragazzo di settant’anni il classico «pensierino». Che, in più di un caso, si accompagna ad una carrellata di ricordi personali. «Gli auguro altri settant’anni di swing!», esordisce Ninni Maina, storico compagno di scorribande nei territori del jazz. Territori che Ninni non ha mai smesso di percorrere; funzionario presso l’aeroporto Gino Lisa, ha sempre coltivato la passione per le serate musicali, portando la sua voce a spasso per l’Italia; e adesso che è in pensione, lo fa a tempo pieno. «Che cos’altro potrei augurargli?», continua Maina; «Che possa tornare a trovarci presto. Magari in occasione della riapertura della Taverna del Gufo». Vale a dire, del leggendario cabaret foggiano, nel quale suonava il Renzo degli esordi. E che dopo, grazie al filo rosso con Renzo, ospitò il fior fiore della comicità italiana: Walter Chiari e la Smorfia, Leo Gullotta e Gianfranco D’Angelo si alternavano a musicisti come Irio De Paula, Franco Cerri, Kenny Clark, Romano Mussolini. Poi, alti e bassi, ri-aperture e ri-abbandoni, fino all’ultima chiusura: quella dell’agosto 2006. «Ma stiamo per riaprire - annunzia Maina - ci sono da fare piccoli lavori; speriamo di finire per settembre». L’architetto Roberto Telesforo, padre di Gegè, gli auguri a Renzo li ha fatti per telefono, poco prima della partenza. «Gli ho detto che è sempre il migliore. E luimi ha chiesto che tempo facesse a Foggia. Fa caldo, gli ho detto: a lui il caldo piace. Non dimostra affatto settant’anni. E’ come il buon vino.Migliora col passare del tempo ». Va sul concreto Riccardo Di Filippo, ex gestore di un notissimo bar, e «mostruoso» collezionista di dischi jazz. «Gli auguro prima di ogni altra cosa la buona salute», dice Riccardo; «di auguri per la carriera, non ne ha bisogno. Di soddisfazioni ne ha avute tante ». Di Filippo negli anni Cinquanta suonava in un quartetto insieme ad altri tre ragazzi: Franco Tolomei, Tonino Russo e, appunto, Renzo Arbore; quest’ultimo «si arrangiava con il basso», mentre Di Filippo si agitava sulla batteria. «A quei tempi - ricorda - i compleanni non avevano il fasto di oggi. Niente feste: se ci scappava un aperitivo, era pure troppo». L’onda dei ricordi porta un altro dei vecchi amici, il geometra Aminta Leone, addirittura sulle sponde della politica. Eh sì, perché non sono in molti a saperlo: ma c’è stato un periodo in cui Arbore venne tentato da una candidatura. Il «diavoletto» allora fu un noto esponente del Psi foggiano, l’onorevole Domenico Romano. Si era negli anni Ottanta. «Proposero a Renzo - rammenta Leone - di mettersi in lista per il consiglio comunale». Allora il sindaco non veniva eletto direttamente; veniva scelto dopo, in base ad accordi politici, fra i consiglieri comunali. Se fosse stato eletto come consigliere, quindi, Arbore sarebbe stato poi naturalmente proposto come sindaco di Foggia. «Renzo mi chiese un parere; e io gli consigliai di non accettare. Gli feci notare che avrebbe ricevuto solo delusioni. E critiche. Molti però gli rimproverano di non aver fatto quel passo». Che cosa direbbe l’amico Aminta al neosettantenne Arbore, nel giorno del suo compleanno? «Gli direi un po’ di male parole. Comincerei con un classico: scornacchiato ». E perché mai? «Fra di noi si usa così». E dopo l’esordio? «Gli augurerei di entrare in questi settanta anni (io ne ho sette di più) in allegria; come ha sempre fatto, d’altronde». Ma non erano tutte maschili le amicizie del giovane Renzo. Quando usciva dalla casa di corso Cairoli per andare al liceo classico Lanza, per esempio, si incontrava ogni giorno con Nora Leone, cugina di Aminta. «Camminavamo insieme», ricorda la signora Leone, che in seguito sarebbe diventata insegnante di inglese; «e sin da allora faceva il goliarda. Che so, sputava per terra, parlava di argomenti un po’, come dire," sporcaccini", con giochi di parole ambigui. Insomma, le stesse cose che poi gli ho visto fare in televisione. Nella villetta di campagna della mia famiglia, a 16 anni, veniva con la chitarra a suonare e cantare le canzoni di Murolo. E a forza di suonarle e cantarle si dimenticava di studiare. Perciò fu bocciato all’ultimo anno del liceo. Oggi, per fargli gli auguri gli direi: Renzo, sei sempre il più grande. E resti sempre nei nostri cuori».

Claudio Gabaldi
 
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