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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Fabio Donato - 17/05/2007

A Capodimonte gli scatti dell’artista napoletano «Infiniti», poesia scritta con la macchina fotografica

Di «non finiti» è pieno il carnet dell’arte, dagli abbozzi plastici michelangioleschi alle ricerche anti- formali della pittura postfigurativa del ’900. Ma negli «Infiniti» di Fabio Donato, titolo con il quale il fotografo napoletano condensa il senso di un lavoro che attraversa come una scheggia 37 anni di storia e di vita personale, non è la «sdefinizione » visiva e concettuale a farla da padrona. Piuttosto nelle tre sale allestite nel museo di Capodimonte per una mostra imprevedibile quanto avvolgente, che sarà inaugurata alle 18 di domani, il percorso è tracciato non da una rigorosa sintesi cronologica, quanto da una sorta di liberatoria rilettura di un profondo itinerario sensibile. Che Donato regala al pubblico come un marinaio che abbandona alle acque del mare una bottiglia, per raccontare se stesso, i limiti fisici e mentali dell’attraversamento passato, ma soprattutto per incontrare il futuro, il desiderio del fare più che del contemplare. Rimarrà quindi deluso chi si attende da questa esposizione curata dalla Fondazione Morra in collaborazione con il Polo museale napoletano, le tracce più note del Donato fotografo di teatro o testimone della vita artistica napoletana degli ultimi trent’anni. Perchè stavolta l’artista ha scelto di mettersi in gioco, svelando un suo tracciato poetico, profondamente evocativo, sconosciuto ai più. «Da ragazzo scrivevo poesie — spiega —, come molti adolescenti, ma crescendo abbandonai la penna per la macchina fotografica, continuando però a fissare poesie, immagini pure, senza committenza. Il cui centro è sempre la soglia, che ogni volta grazie all’obiettivo mi illudo di toccare, un tema che accompagna da sempre la mia ricerca ». A partire dall’antisala iniziale in cui un ciclo di scatti in bianco e nero che raffigurano piedi scalzi di uomini, donne e bambini indiani, funzionano da preludio a un cammino circolare iniziato nel 1970. Particolari per il generale, che all’epoca segnarono una svolta con una mostra allestita nella libreria Guida di Port’Alba. Il fondo della prima sala, poi, offre allo sguardo una sorta di divertissment giovanile, un’ombra che fotografa (la sua) in una sequenza di dieci scatti, con stampe originali del tempo. E ancora «Napoli ’73», ciclo in cui Donato scopre il colore, fotografando finestre aperte e sequenze di strade attraversate da autobus. Frame di un film che regalano all’osservatore il gusto di un sequel non scritto, come il rosso di una bandiera che appare nella terza fascia di un climax dinamico e periferico. Ai suoi lavori in progress si iscrive anche «Granbazar», un negozio abitato da cianfrusaglie e ripreso dall’interno, con una donna che prima guarda la vetrina e poi entra. In «Double», invece, l’obiettivo costruisce una sorta di gioco di scatole cinesi, che dall’interno di un appartamento vuoto si aprono verso l’esterno. Nella seconda sala, invece, l’evocazione si fa irresistibile, a tratti struggente: il suono della musica di Luciano Cilio infatti completa le sequenze marine, che nel ’74 fecero da copertina al disco del compositore tragicamente scomparso. Nella terza sala, infine, la parete centrale possiede una forza catalizzatrice irresistibile, quella di una maglia rossa stesa ad asciugare al vento che si ripete sei volte su di uno sfondo di case bianche tunisine.

Stefano de Stefano
 
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