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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Il grande Paz tra foto, inediti e amici - 29/04/2007

Al Trip un corposo ricordo del fumettista a cura degli ex compagni di avventure

Si ama Andrea Pazienza per mille motivi. E il primo è probabilmente perché c'è almeno un frammento, un segno della vita di chiunque nei suoi fumetti. Chi legge trova. Chi è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta ne trova di più. Li trova chi ha «studiato» in una scuola coi vecchi termosifoni di ghisa e le ondine di plastica alle pareti, come nei gelidi corridoi della completa solitudine di Pompeo, un tossico docente di disegno artistico consumato dal Settattasette bolognese; li trova chi è cresciuto in vacanza sul Gargano o in quei posti di mare che già nei Settanta si assomigliavano tutti, da Peschici a Scauri, quelli scelti da Pasolini per i suoi «Comizi d'Amore » che Pazienza invece ha disegnato. Con quegli alberghi bianchi dalle forme ardite, le balconate bombate con grandi affacci in vetro come sulle nave da crociera... Da uno di quei balconi Pazienza, da piccolo, in un pomeriggio d'agosto, in completa solitudine, mentre giocava alla pelota con un racchettone ha visto affacciarsi una sorca, la prima della sua vita, ben coperta come si usava all’epoca. Fu un attimo, poi la fanciulla sparì dalla vista, tirata via dalla finestra dal compagno giocoso. Ebbene quella sorca immortalata da Paz è passata alla storia. In queste località vacanziere Pasolini faceva parlare il piccolo popolo che si era appena affrancato dalla terra e tuffato in un sogno di benessere rassicurante soprattutto per chi conobbe la guerra. Il piccolo Paz invece si ritraeva da protagonista del piccolo popolo, con gli occhi allucinati, cappellino americano e un pezzo di pizza bianca in mano abbozzando fantastici stemmi araldici de «L'Ordine della Pizza Bianca». Un delirio apparente per chi da piccolo non ha mai fatto scorte di pizza bianca in queste località balneari dove l'acquisto e il consumo della pizza salata godevano della sacralità del rito del caffè (come si ferma il tempo girando lo zucchero, così si fermava per scartocciare e portarsi alla bocca niente di più che un pezzo di pane salato). Eppure comunicano profonda inquietudine e solitudine quei disegni. Si potrebbe continuare all'infinito: ne trova, di appartenenze, chi ha vissuto Bologna da meridionale, quella Bologna(non quella di oggi che, come ha scritto Francesco Piccolo nella postfazione alla sceneggiatura di «Paz» di De Maria, è troppo linda e consapevole per essere autentica). L’inquetudine appartiene a chi è sempre alla ricerca di... ma negli approdi Pazienza era pigro come un gatto. Presentò al maestro Fellini delle figure femminili per la «Città delle Donne» forse pensando alla tecnocittà di Fritz Lang , «Metropolis ». Non piacquero al maestro che acquerellava, buttava giù due tratti per un'onda, un'omino volante ed ecco la scena. Due tratti, come Paz tempo dopo quando, spentasi l'enfasi del '77 bolognese, smise i panni di Penthothal, divenne il professor Pompeo e con poca china restituì quell’aula gelida ai lettori. Al Trip di via Martucci 64 (Napoli) lo ricordano gli amici Guido Piccoli e Gino Nardella (il famoso «Omo de cultura e straccion» delle tavole di Penthotal, diventato comico e scrittore) con «Paz-Un ogni sacco d’anni», un’esposizione di 50 foto scattate nel 1975 a Peschici, immagini realizzate per l'esame di Fotografia che Nardella e Paz tennero insieme al Dams. Accanto alle foto, una ventina di scritti e schizzi inediti. E nella cinesala, due acide commedie radiofoniche inedite («Paz, una storia di sole e di sòle» e «In viaggio con Paz»), una toccante intervis t a d i Red Ronnie all’artista e il filmato del murales che Pazienza realizzò prima di scomparire alla Mostra d’Oltremare. Piccoli ha fatto molto di più che conoscere Pazienza: «Siamo stati, in tempi diversi, con la stessa donna, la mitica Betta, posillipina, che ora abita a Firenze, ritratta cento volte da Paz». Nardella invece lo conosceva dall’asilo: «Sono molto incazzato, lui se ne stà lassù ed io sono anni che invece, pensa tu, abito a Nettuno per stare vicino alla mia figliola sedicenne».

Luca Marconi
 
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