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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
Hollywood, festa grande per Giffoni - 24/04/2007

Gubitosi: «Non un festival qualsiasi, ma un modello culturale vincente»

Nel cuore di Hollywood una riproduzione della piazza del paese, una club-house da 300 metri quadri, la serata finale al Kodak Theatre— quello degli Oscar— con 3000 ragazzi da tutto il mondo più Tom Hanks premiato per l’occasione. E il cartello con il marchio di Giffoni sul Sunset Boulevard «che per noi è diventato il viale non del tramonto ma dell’alba», scherza Claudio Gubitosi. I 50 giovani giurati sono già sbarcati a Disneyland, e domani si trasferiranno a Hollywood dove li raggiungerà il creatore e direttore del festival. Che, con un piede già sulla scaletta dell’aereo, riflette sul miracolo di una manifestazione che, nata come una scommessa 37 anni fa, oggi «è il secondo festival cinematografico più conosciuto d’Italia. E, quel che più conta, simbolo del made in Campania d’eccellenza richiesto, invitato, esportato in tutto il mondo». Un successo di marketing e di comunicazione? «Un successo nato da un’idea precisa: esportare non un business qualsiasi, ma i valori culturali di Giffoni. Quei valori che le prime star europee e Usa affacciatesi al nostro festival, da Truffaut a de Niro a John Voight, con cui il progetto è decollato— hanno capito che non si potevano né vendere, né comprare. Quella che comincia è la terza edizione in terra hollywoodiana, quella della maturità: una selezione di film di alta qualità e di culture anche lontane da quella degli States; abbiamo il red carpet, il tappeto rosso, ma soprattutto la coscienza di non esserci mai svenduti. Rimaniamo fieri delle nostre radici, senza le quali non saremmo qui. Ma oggi devo anche dire "c’era una volta il Festival"... » Che fa, il nostalgico dei tempi poveri ma belli? «Al contrario. Per me il Festival di Giffoni è come un figlio. Ma il figlio è cresciuto, cammina sulle sue gambe, si trasforma. Abbiamo cominciato senza neppure una sala cinematografica, oggi esportiamo il format Giffoni in tutto il mondo: Hollywood è la vetrina più scintillante, ma dall’Australia agli Emirati Arabi l’elenco dei paesi in cui siamo stati o arriveremo presto è lunghissimo. Rafforzando però sempre più i legami col territorio: 60 persone che lavorano stabilmente per il GFF, «ambasciate » in Sardegna, Sicilia, Lombardia, Puglia, 150 mila biglietti staccati all’anno nella sola Campania». Un esempio di industria culturale che funziona, che produce ricchezza e indotto. «Se in questa campo la Campania ha un segno "più", il merito è anche di Giffoni. Mac’è bisogno ormai di entrare in una nuova fase. Io amo la competizione. E trovo legittimo che per i festival cinematografici di Venezia, di Roma, di Torino, le istituzioni locali si battano per sempre maggiori finanziamenti. Ma se leggo che la Regione Lazio stanzia milioni di euro per finanziare un festival della tivù che deve ancora nascere devo poi fare il confronto con Giffoni: che con i suoi 37 anni di storia riceve 25 mila euro dalla Camera di Commercio di Salerno e 600 euro dal Comune...» Tappeto rosso a Hollywood, e cordoni della borsa chiusi da noi. «Ritengo la Regione un interlocutore sensibile, e riconosco che senza i fondi statali dei Beni culturali quest’anno non ci sarebbero state né Hollywood, né l’Australia. Ma il problema non è strappare finanziamenti maggiori, ma fare un ragionamento generale. Se è vero che Giffoni è una grande realtà a disposizione del Sud (e non solo), bisogna mettere il festival in grado di competere. E il territorio deve essere in grado di supportarlo. Se penso che rischiamo di non avere nemmeno i fondi per ospitare le star che vogliono venire in Costiera, o che a Giffoni durante il festival e con migliaia di giovani in piazza i vigili di sera spariscono perché il Comune non può pagare gli straordinari, allora mi convinco che o si cambia modo di ragionare, o io il 31 dicembre trarrò le mie conclusioni. Il GFF non merita di essere trattato come un cane che si morde la coda».

Antonio Fiore
 
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