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 ARTICOLO - Prima pagina (Campania)
  Faida della Sanità, un morto alMuseo - 24/03/2007

Ucciso il cognato di un boss scissionista appena arrestato, ferita sua moglie

Non poche cose sensate il prefetto di Napoli ha detto nell’intervista al Corriere del Mezzogiorno di giovedì, dopo il blitz a Forcella, per chiedere e dare fiducia ai napoletani sulla possibilità che anche qui si ristabiliscano un giorno, speriamo non lontano, condizioni che permettano di vivere in uno stato di serenità, di operoso esercizio delle proprie attività, dei propri compiti e doveri, senza continuamente temere piccole o grandi violenze, arbitrii, disordini, pericoli. Tra quelle dichiarazioni una va sottolineata. «Noi ci dobbiamo muovere rispettando le regole». La cosa non è banale, dato il contesto emotivo diffuso in città e le persuasioni che sempre più si propagano in questo secolo tormentato, il cui avvio è segnato da paure, disastri, guerre, terrori, incertezze. «Sicurezza », ha scritto proprio giovedì Zigmunt Bauman sul Corriere della Sera, «è il nuovo valore che sta estromettendo quello di libertà... ». E ancora: «una vita intessuta di qualche certezza e sicurezza in più, anche se pagata in cambio di una minore libertà personale, di colpo è apparsa più interessante e seducente... ». Anche perciò le parole del prefetto non mi sono sembrate solo il segno ovvio della consapevolezza istituzionale delle proprie responsabilità. Ma qualcosa di più. L’espressione di quel patrimonio di valori giuridici che tutti dobbiamo sforzarci di custodire, trasmettere e praticare perché la nostra società ritrovi sé stessa e preservi e rinnovi i principii di civiltà su cui il nostro presente è costituito. Anche su questo, credo, rifletteremo (con Pansa, il procuratore generale Galgano, Benedetto Conforti) nel discutere lunedì, a Giurisprudenza, del saggio di Antonio Gagliardo, La sicurezza minacciata. Criminalità trasnazionale e terrorismo nell’Europa d’oggi. Il volume analizza tipologie e dinamiche evolutive odierne del crimine organizzato. Dà conto di natura, struttura, identità, modi di operare dei gruppi criminali tradizionali e di quelli emergenti che agiscono con virulenza anche da noi, stringendo alleanze, combattendosi, radicandosi in un viluppo che coinvolge gruppi delinquenziali albanesi, bosniaci, criminalità subsahariana, maghebrina, turca, cinese e mafie russe, afgane e italiane. Spiega come si finanziano e allocano le risorse lucrate trasmigrando dall’uno all’altro paese anche per effetto della globalizzazione che, «come ha portato all’avvicinamento dei popoli, così ha favorito l’avvicinamento di gruppi criminali di diverse provenienze geografiche, conferendo maggiore dinamismo alla loro attività ». Illustra quindi, per il possibile, le strategie di contrasto cui cercano di ricorrere le istituzioni nostre e degli altri Paesi che l’autore, generale dei carabinieri, a lungo impegnato nella lotta al narcotraffico in Asia, Africa ed Europa, ben conosce. Un libro che molto aiuta a capire, anche delle disgraziate condizioni attuali della nostra sconquassata città in cui, nonostante si intraveda ogni tanto qualche spiraglio, la questione della sicurezza s’impone ogni giorno di più. La criminalità minuta e quella organizzata straripano. Il trafficare droga o sesso non è più comportamento deviato di pochi ma costume di vita e mezzo di sostentamento di interi rioni, oltre che fonte di arricchimento e potere per boss noti o insospettabili. I morti si accumulano a bizzeffe. E disordine e timori incrudeliscono.
 
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