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 ARTICOLO - Spettacoli (Puglia)
 
Arbore: «Quanta complicità con il mio amico Arnaldo» - 03/06/2006

Lo showman partecipa oggi a Foggia alla serata in ricordo di Santoro, l’autore tv scomparso nel 1995

Foggia - «Volante uno a Volante due...», gracchiava nasale la voce del poliziotto alle prese con l’assurdo quotidiano; disperatamente l’agente si sforzava di descrivere l’inverosimile pigiandolo negli schemi del frasario questurino. Di lì, l’effetto comico che rese popolare quel tormentone a Indietro tutta, uno d e i p r o g r a m - mi-culto di Renzo Arbore. Quelli erano i primi passi della carriera di Arnaldo Santoro, improvvisatosi autore televisivo in età matura, dopo decenni di «dura » segreteria alla Camera di Commercio di Foggia. Una militanza, quella impiegatizia, che forse giovò alla sua vena creativa. «Gli piaceva accostare l’alto e il basso, parlare come i burocrati, citare gli articoli di legge in maniera grottesca», rammenta Renzo Arbore, che di Santoro fu amico e pigmalione artistico. Anche Renzo farà parte della pattuglia di artisti che questa sera all’anfiteatro Mediterraneo di Foggia ricorderanno Arnaldo Santoro. «Per me è come se non fosse morto», confessa Arbore. «Eravamo sempre in contatto, anche se lontani. E di ogni nuova trovata che mi veniva, pensavo: “C’agghja fa vedè a Arnald” (la devo mostrare ad Arnaldo, ndr)». Da giovani a Foggia cosa facevate? «Stavamo sempre insieme. Arnaldo fu anche batterista di uno dei miei primi complessini foggiani: i South Railways Travellers. Gli piaceva il jazz. Ma a Foggia organizzava tutto: dalla festa della matricola al cabaret della Taverna del Gufo». Arnaldo era legato alla sua città? «Era un foggiano doc. Per esempio, raccoglieva tutte le canzoni della tradizione, quelle dei cocchieri: Il ciuccio, La foggianella... » Non fu spaesato, quando la lasciò per entrare nel mondo dello spettacolo, dopo i cinquant’anni? «Un po’ quel mondo, grazie alla Taverna del Gufo, lo conosceva già. Si acclimatò bene, perché si faceva benvolere, era sempre disponibile con tutti, dagli artisti al carrozziere ». Cosa, di Foggia, non gli piaceva? «Mi diceva: qua mi sta uccidendo la noia. Ce l’aveva con un certo torpore foggiano, che rende difficile ogni iniziativa, e che si compendia nella frase tipica: "Ma ’ndo vol fuji quill?" (ma dove crede di andare quello? ndr). Anch’io ne ho risentito. Oggi i miei concittadini non sono più così; sono diventati dinamici, hanno una vita notturna. Ma la noia può essere uno stimolo. Noi dovevamo industriarci, creando scherzi d’ogni tipo». Avete continuato anche da “matusa”? «Certo. In un periodo brutto della mia vita, quando mia madre era malata, Arnaldo si inventava paradossali riunioni di condominio: ironizzava su argomenti tediosi come i tubi dell’acqua, i millesimi catastali... Poi, ci divertivamo a interpretare due “bizzoche” (bigotte, ndr) che aspettano la processione del venerdì santo.. E la Madonna non arriva... Tutto in dialetto. Troppo “locale”: perciò non ho potuto mai riproporlo».

Claudio Gabaldi
 
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