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 ARTICOLO - Cartellone (Campania)
 
L’incompiuta di Santanelli - 07/04/2006

In scena l’avvio di testi che non saranno mai finiti

Volge al termine la rassegna dedicata dal Teatro Instabile di Napoli all’opera del drammaturgo Manlio Santanelli. Dopo «Uscita di emergenza», «Virginia e sua zia», «Ritratti di autore in cerca di donne» e «Le tre verità di Cesira», da stasera e fino al 16 aprile andrà in scena infatti l’ultimo titolo (in ordine di tempo) dell’autore partenopeo che chiuderà il ciclo intitolato allusivamente «Beati i senza tetto…perché vedranno il cielo». Stavolta, però, rispetto agli spettacoli precedenti ci sono almeno due straordinarie novità: in scena, nel caveau di vico Fico Purgatorio ad Arco, sarà allestito un inedito in anteprima nazionale, intitolato «Sei prime scene». L’altra curiosità sta invece nel fatto - come risulta chiaro dallo stesso titolo - che questo lavoro di Santanelli non è altro che è un abbozzo di sei scene iniziali di altrettanti spettacoli, che però il drammaturgo ha deciso di non completare mai. Lasciando eventualmente alla fantasia degli spettatori la facoltà di immaginare amodo proprio l’esito delle sei vicende. Che sono, quindi, aperture senza conclusioni, con personaggi che danno vita ad un inizio, senza successivo sviluppo. Michele Del Grosso, che cura la regia ed è promotore della rassegna, ha scelto quindi una pièce in chiave multipla. La sua sarà, di conseguenza, una lettura effettuata da più angolazioni, riallacciata alla tipologia spettacolare che prevede in scena attori e musicisti. Caratteristica che trasforma l’allestimento in una sorta di jam session teatral-musicale, sulle note ripetitive, a volte ossessive, del Bolero di Ravel. E così gli attori Antonella Monetti e Gianni Sallustro, recitano intrecciandosi alla musica e ai colori emblematici di una scenografia tricolore, tratto distintivo della messin scena di Del Grosso. Sono le tre tinte di un’Italietta piccolo borghese, moralista e bigotta. Alcuni dei personaggi saranno raccontati con la tecnica del fumetto, come una «graphic novel», dove la triade colorimetrica, si rifletterà anche quella teologale. Fede, speranza e carità, sono infatti le tre virtù, rappresentate dai tre ambiti cromatici, nonché dal trio musicale che accompagna la messa in scena. Il trio, denominato proprio «Le tre virtù teologali», è formato da Giovanni Palomba al clarinetto, Nicola Mustacciuolo alle percussioni e Rosario Vitello al violino. E crescendo il brano teatrale, cresce anche la variazione sul tema musicale, attraverso le sei scene, che vengono proposte dal regista come lettura critica della società bigotta e nazional popolare, di cui i tre colori altro non sono che l’evidente status symbol del paese.

Stefano de Stefano
 
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